C’è una televisione che prova ancora a prendersi il rischio di parlare di scuola, di educazione e di crescita senza trasformare tutto in slogan o spettacolo. Un Professore si colloca esattamente in questo spazio fragile, scegliendo la prima serata per raccontare qualcosa che di solito resta ai margini: il valore del pensiero, del dubbio e della relazione educativa.
La serie ruota attorno a Dante Balestra, professore di filosofia dal metodo poco ortodosso, ma il vero protagonista non è lui da solo. È la classe, intesa come microcosmo della società contemporanea. Adolescenze irrisolte, fragilità emotive, famiglie assenti o troppo presenti, identità in costruzione. La scuola non è un semplice sfondo narrativo, ma il luogo in cui tutto questo prende forma e si scontra con la realtà.
Uno degli elementi più riusciti della serie è l’uso della filosofia come strumento vivo. Non una materia polverosa, ma un linguaggio per leggere ciò che accade: l’amore, il conflitto, la paura di fallire, il bisogno di essere riconosciuti. I riferimenti ai filosofi diventano chiavi di accesso alle emozioni dei ragazzi, non lezioni frontali. Ed è qui che Un Professore trova il suo senso più profondo: ricordare che educare non significa solo trasmettere nozioni, ma accompagnare nel caos delle domande.
La serie non è priva di limiti. Alcune dinamiche sono semplificate, certi passaggi narrativi risultano prevedibili, e la scrittura a volte cerca un equilibrio difficile tra profondità e necessità televisive. Ma Un Professore non punta alla perfezione. Punta alla riconoscibilità. Accetta di essere una fiction popolare pur di portare in casa di milioni di persone temi che raramente trovano spazio nel racconto mainstream.
C’è anche un messaggio più sottile, ma potente: gli adulti non sono eroi infallibili. Sono figure incerte, spesso in difficoltà quanto i ragazzi che dovrebbero guidare. Padri, madri, insegnanti che sbagliano, si contraddicono, provano a rimediare. In questo, la serie evita la retorica del “maestro salvifico” e sceglie una strada più onesta, fatta di ascolto e di tentativi.
In un panorama televisivo dominato da prodotti veloci, urlati o puramente evasivi, Un Professore sceglie un ritmo diverso. Non cerca lo shock, non spettacolarizza il disagio, non trasforma la scuola in un campo di battaglia. Preferisce raccontare la complessità con rispetto, lasciando allo spettatore il tempo di riflettere.
Non è una serie rivoluzionaria. Non risolve i problemi della scuola né quelli delle nuove generazioni. Ma è una serie necessaria, perché ricorda che l’educazione è ancora un tema centrale, che il dialogo tra generazioni è fragile ma indispensabile, e che portare il pensiero critico in prima serata, oggi, è già una scelta culturale forte.
Forse Un Professore non resterà nella storia della televisione.
Ma nel presente, ha qualcosa di importante da dire.

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