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Se Arezzo rischia di spegnersi, la risposta è nei giovani

C’è un momento in cui una città smette di guardarsi solo allo specchio del presente e prova a interrogarsi sul proprio domani. Per Arezzo, quel momento passa sempre più spesso dai giovani: dalle loro scelte, dalle loro aspettative, dai motivi per cui restano o se ne vanno. È da qui che prende forma una domanda cruciale, emersa con forza negli ultimi mesi: Arezzo rischia davvero di spegnersi, o può ancora immaginarsi diversa?

La risposta non sta negli slogan, ma nei luoghi del confronto e nelle decisioni condivise. Iniziative come Arezzo Immagina mostrano con chiarezza che il futuro del territorio non è un tema astratto, ma un campo di lavoro concreto. Imprese, istituzioni, scuola, università e rappresentanze sociali hanno iniziato a parlarsi non per difendere posizioni, ma per costruire una visione comune. E al centro di questa visione c’è una parola chiave: opportunità.

I dati demografici e occupazionali raccontano una realtà complessa. La popolazione invecchia, quella giovanile si assottiglia, e troppo spesso chi si forma qui cerca altrove le condizioni per crescere professionalmente. Non per mancanza di competenze, ma per mancanza di connessioni visibili tra studio, lavoro e prospettive di lungo periodo. È in questo vuoto che nasce la proposta di un osservatorio territoriale su bisogni occupazionali e trend emergenti: uno strumento pensato per leggere il presente e anticipare il futuro, mettendo in rete scuole, imprese, sindacati e istituzioni.

L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo. Non limitarsi a fotografare ciò che manca, ma rendere evidente ciò che esiste: filiere produttive, eccellenze locali, settori in trasformazione, nuove professionalità richieste. Costruire ponti reali tra formazione e lavoro, rafforzare l’alternanza scuola-impresa, sviluppare percorsi ITS legati alle vocazioni del territorio, dalla manifattura sostenibile alla trasformazione digitale, fino al turismo esperienziale. Dare ai giovani non solo competenze, ma contesti in cui possano usarle.

In questo scenario, il ruolo delle imprese diventa centrale. Aprire le aziende, raccontarle, farle conoscere agli studenti e alle famiglie significa restituire concretezza all’idea di futuro. Gli open day, i percorsi di orientamento, le esperienze dirette non sono iniziative accessorie, ma strumenti fondamentali per creare fiducia e senso di appartenenza. Allo stesso modo, l’innovazione aperta e la collaborazione tra imprese strutturate e realtà più giovani possono trasformarsi in un volano di competitività per l’intero ecosistema locale.

C’è poi una dimensione culturale che attraversa tutto questo processo. Trattenere i talenti non significa solo offrire un lavoro, ma costruire un ambiente in cui valga la pena restare. Servono narrazioni nuove, capaci di raccontare Arezzo come un luogo in cui si può crescere, sperimentare, fallire e ripartire. Valorizzare le eccellenze produttive, intrecciarle con una visione contemporanea del turismo e dell’identità territoriale, significa rendere la città attrattiva non solo per chi arriva, ma soprattutto per chi già la vive.

Il coinvolgimento diretto dei giovani, attraverso hackathon, percorsi di progettazione e spazi di ascolto, è forse il segnale più forte di questo cambio di passo. Non destinatari passivi di politiche calate dall’alto, ma protagonisti di un processo che li riguarda in prima persona. È qui che il rischio di “spegnersi” può trasformarsi in energia generativa.

Arezzo non è ferma. Sta scegliendo se limitarsi a resistere o se immaginarsi davvero. E immaginarsi, oggi, significa investire su lavoro, competenze e relazioni. Significa costruire un patto territoriale che tenga insieme scuola e impresa, pubblico e privato, tradizione e innovazione. Non per trattenere i giovani a ogni costo, ma per offrire loro buone ragioni per restare.

Perché il futuro di una città non si eredita: si costruisce. E farlo insieme è l’unico modo per non spegnersi davvero.

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